Comunità Parrocchiale San Francesco al Carmine - Giarre

Francesco d’Assisi, il fratello fatto misericordia

È molto significativa e incisiva questa definizione di san Francesco; è stata coniata adesso, da voi, forse da p. Diego. Essa non trova riscontro nelle Fonti Francescane, le quali ci dicono, invece, che san Francesco apparve non tanto uno che prega, quanto piuttosto un uomo fatto preghiera.
Francesco, però, parla di se stesso, affermando che egli è stato uno che “ha fatto misericordia”. Alla fine della sua vita, dettando il Testamento, il Poverello dichiara:
“Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai (feci) con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo” (FF 110).
In san Francesco, quindi, troviamo l’espressione facere misericordiam.
Domanda: questa espressione l’ha inventata proprio lui, san Francesco?
Risposta: non l’ha inventata lui; l’ha copiata.
Da dove l’ha presa? L’ha presa dal Vangelo. Nel Vangelo, infatti, troviamo più di una volta l’espressione fare misericordia.
La parabola detta del buon samaritano ci riferisce appunto che non un sacerdote e neanche un levita, ma un samaritano “fece misericordia” a un uomo incappato nei ladroni, derubato e lasciato moribondo al ciglio della strada (cfr. Lc 10,37).
Il testo del Vangelo, nella attuale traduzione in lingua italiana, riferisce che il samaritano, alla vista del malcapitato si commosse, ebbe compassione di lui, ma il testo latino dice: misericordia motus est. Il testo greco dice: esplanchnísthē. Tale forma verbale deriva dal sostantivo splánchna che designa propriamente le “viscere” (cf. Lc 1,78), in particolare le viscere materne, e indica quindi una forte emozione affettiva, un profondo e appassionato coinvolgimento “materno”. Il buon samaritano “si commosse in modo viscerale”, come una mamma.
Il corrispondente di splánchna nella lingua ebraica è rahamim che tradotto letteralmente vuol dire viscere al plurale o seno materno (utero) al singolare. Splánchna e rahamim, dunque, mettono in risalto la dimensione interiore della misericordia. Indicano il sentimento intimo e amoroso che lega due persone, come la mamma al proprio bambino ma anche un fratello all’altro. Facendo parte dell’intimità dell’uomo questo sentimento è anche molto spontaneo (normalmente a nessuna mamma l’ostetrica deve spiegare che una volta fatto nascere il bambino lo deve anche amare); è un sentimento spontaneo e aperto ad ogni tipo di tenerezza, che si traduce, quando serve anche in atti di compassione e perdono.
Misericordia, pertanto, è amore viscerale, amore materno; è compassione; è tenerezza.

Alla fine della parabola, Gesù pone una domanda al dottore della legge che lo aveva interrogato: “Quale di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che aveva incontrato i briganti?”. Il dottore della legge rispose: “Quello che ebbe compassione di lui”. Adesso però nel testo originale del Vangelo c’è un altro sostantivo: ’éleos, composto dalla particella e e dal sostantivo leîon (coltello). Si viene così a indicare qualcosa che taglia, che lacera l’anima, che affligge e, quindi, misericordia, pietà, compassione.
Misericordia, pertanto, è amore viscerale, amore materno; è compassione; è tenerezza; ma è anche amore sofferente.
La misericordia di Dio è, quindi, il suo dolore: egli ha l’animo lacerato; egli è sofferente per gli uomini.
Noi conosciamo bene il sostantivo ’éleos, perché è l’unica parola greca che è rimasta nella nostra liturgia Latina Romana: Kyrie eleison. Signore pietà. Questa richiesta non è la richiesta del condannato a morte che chiede la clemenza della corte, bensì è la richiesta del fedele, il quale sa che anche se per i suoi peccati sarebbe da condannare a morte l’amore del Padre non lo permetterà. Perché Dio ha amato da sempre il suo popolo, l’ha salvato, gli ha dato una legge e non permetterà che perisca inutilmente.
Da Eleos nasce anche un altro termine che noi conosciamo bene e che è elemosina. Nel suo significato più vero e più bello è elemosina amore verso il povero attraverso qualcosa di pratico, non solo sentimentale.

Ancora prima della parabola del samaritano, il Vangelo di Luca ci riferisce l’inno di lode di Zaccaria dopo che nacque Giovanni Battista ed egli riacquistò la parola. Zaccaria loda il Signore che “ha concesso misericordia ai nostri padri”, nel latino ad faciendam misericordia cum patribus nostris. Ancora una volta: facere misericordiam, ma nel testo greco il sostantivo è ’éleos.
Più avanti Zaccaria canta la bontà misericordiosa del nostro Dio, ma nel latino si dice per viscera misericordiae Dei nostri, e nel greco dià splanchna eléous Theou emon.
Dio ha viscere di misericordia. Se così è; se noi dobbiamo essere misericordiosi come il Padre (motto del Giubileo), allora ha ragione san Paolo nell’esortarci: “Rivestitevi di viscere di misericordia” (Col 3,12).

La concretezza del linguaggio biblico ci spinge a uscire dall’astrattismo di una qualsiasi generica bontà o bonomia, e ad avere, nei confronti dei nostri fratelli, quella “compassione” che il testo originale di Col 3,12 chiama oiktirmós (= propriamente compianto o commiserazione per la malasorte o la morte di una persona).

Perché ho fatto tutto questo discorso sul significato dei termini biblici?
Perché san Francesco aveva una assidua frequentazione con la Parola di Dio e con la Liturgia. La liturgia fu il luogo in cui Francesco acquisì un pur rudimentale linguaggio teologico, che usò per comporre i suoi Scritti, tra cui il Testamento stesso. Egli usò l’espressione fare misericordia perché la trovò nella Sacra Scrittura e negli Scritti di Francesco la parola misericordia ha lo stesso significato che ha nella Scrittura.

Il Testamento di san Francesco riferisce che egli fece misericordia con i lebbrosi.
L’incontro di Francesco con i lebbrosi e il suo servizio tra i lebbrosi fu un fatto concreto, storico, realmente avvenuto; per il Poverello quella con i lebbrosi fu una esperienza essenziale e determinante per tutta la sua vita. Perciò quell’evento, mai dimenticato da Francesco, fu il primo che ritornò alla sua memoria nel momento in cui, nel Testamento, volle ricordare e riproporre ai suoi fratelli la sua esperienza evangelica, manifestare la sua ultima volontà e consegnare loro l’eredità preziosa del suo spirito.

Fare misericordia è fare penitenza.
Ritornando a leggere il brano iniziale del Testamento, si vede che il tutto rientra nel desiderio di illustrare come il Signore donò a Francesco di “incominciare a fare penitenza”. Quindi nel ricordo – rilettura di quanto avvenne circa vent’anni prima – il “fare penitenza” consiste nel “fare misericordia”, che implica un aspetto relazionale con l’altro.
Questo accostamento delle due espressioni non era abituale a quell’epoca. Infatti, al tempo di san Francesco, fare penitenza consisteva essenzialmente nel “contemnere seipsum”, disprezzare se stessi, e di conseguenza, nel “contemptum mundi”, disprezzo del mondo, che di per sé non implica alcuna relazione e quindi può anche essere solipsistico.
Il disprezzo di sé e quello del mondo sono presenti negli Scritti di san Francesco e, quindi, nel suo pensiero e nella sua spiritualità. Quando, però, nel 1226, vuole trasmettere l’aspetto del suo cambiamento di vita, evita tali tematiche, a favore piuttosto del “fare misericordia”.

Con quale risultato?
Quello che era amaro mi fu convertito in dolcezza di animo e di corpo: dichiara Francesco. Questo è il risultato dell’incontro di Francesco con i lebbrosi, del suo fare misericordia verso i lebbrosi.
Come si vede, san Francesco usa il termine conversio – conversione, ma il soggetto non è lui, come invece ci si aspetterebbe. Nel Testamento, è l’amaro che si converte in dolcezza. Ciò avviene nel vedere i lebbrosi, cioè quella realtà che era un dramma personale e sociale. Stupisce che la dolcezza sia indicata come “di anima e di corpo”.

[L’uso dei contrapposti – amaro/dolce – non è una originalità di Francesco: era patrimonio comune. Una lettura allegorica del racconto dell’Esodo, secondo cui, grazie all’immersione del bastone di Mosé, le acqua amare si trasformarono in dolci – e quindi bevibili – aveva diffuso la concezione che le amarezze della vita – o imposte da sé mediante la penitenza – si sarebbero cambiate in dolcezza, grazie al legno della croce di Cristo. Così ciò che era amaro per il corpo – come l’ascesi – sarebbe diventato dolce per l’anima, oppure le amarezze del tempo presente si sarebbero convertite in dolcezze nel paradiso. Francesco stesso, nella seconda redazione della Lettera a tutti i fedeli, afferma:
“Vedete, o ciechi, ingannati dai vostri nemici, cioè dalla carne, dal mondo e dal diavolo, che al corpo è cosa dolce fare il peccato e cosa amara sottoporsi a servire Dio”.
Ma, nella narrazione del Testamento, la dolcezza coinvolge anche il corpo, e ciò già fin d’ora, senza dovere attendere una ricompensa futura.]

Come avvenne tutto questo?
Nella narrazione del Testamento, tra il prima, caratterizzato dal “troppo amaro vedere i lebbrosi”, e il dopo, ossia la “dolcezza di anima e di corpo”, vi è il “fare misericordia”: è proprio questa azione che ha determinato una conversione, una trasformazione.
La metafora del gusto impiegata da Francesco nel Testamento ci sorprende, e nello stesso tempo lascia intendere che il suo incontro con i lebbrosi fu una esperienza estetica. Come è possibile? La risposta ci viene dalla prima espressione del Testamento: “Il Signore donò a me, frate Francesco”. Fu proprio la grazia a far comprendere a Francesco che andare incontro al fratello, specie al fratello più miserabile, vuol dire camminare verso Dio. Cristo ci attende sempre in ogni persona che abbia bisogno di noi (cfr. Mt 25,31.46). A contatto con i lebbrosi, con quanto di più brutto e di più ripugnante si possa pensare, Francesco scoprì la Bellezza, perché trovò Cristo, “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44,3). E questo gli cambiò la vita. Non furono i lebbrosi a cambiare; essi rimasero tali.
Sino a quando egli “era nei peccati”, vivendo tutto ripiegato in se stesso, vittima del proprio auto centrismo, la sua esistenza era dominata da un sapore amaro, insoddisfatto, incompleto. Ma, nell’ora in cui coepit sibi vilescere o smise di adorare se stesso, entrando con umiltà e pazienza nella più estrema fragilità dei poveri e degli ultimi, egli acquistò il gusto della vita. Trovò la vita quando accettò di perderla. Si liberò dalla sua fragilità angosciata, quando abbracciò la fragilità degli altri. Quello con i lebbrosi fu per Francesco l'incontro risolutivo che dette il senso e l'identità a tutto il prosieguo della sua vita.

Quindi l’esperienza di Francesco con i lebbrosi, l’avere egli usato misericordia verso di loro si pone per noi come un essenziale paradigma sul quale coniugare e declinare le nostre relazioni interpersonali.
La vita cristiana non è tale, cioè non esiste affatto, se non è animata e condotta dalla misericordia verso i “lebbrosi” di ogni genere, cioè verso i fratelli difettosi, a volte nel corpo, più sovente nello spirito. Solo se si reagisce a ciò che ci sembra “cosa troppo amara” facendo violenza alle nostre passioni e cattive inclinazioni (cfr. Cost 89,2), si può passare dalla morte alla vita con il dono agli altri di una carità affettuosa e delicata, celebrando realmente e in verità, nella vita di ogni giorno, la Pasqua del Signore.
Dai lebbrosi Francesco ottenne la chiave dell' esistenza. Dal fratello, da ogni fratello, da qualsiasi fratello, a volte pur piagato nello spirito e irretito nel peccato, ma pur sempre prezioso agli occhi di Dio, noi possiamo ottenere la chiave della nostra esistenza. Vivere la misericordia, infatti, significa donare il cuore al misero (miser – cor – dare), a colui che non può ripagare. Vivere è vivere nella misericordia/penitenza, cioè consegnarsi a coloro che Dio ci pone davanti senza pretendere nulla, senza obiettivi, senza schemi, senza progetti, senza interessi, senza guadagni.
Proprio questo è il punto capitale:
- la misericordia è preveniente. “In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Ne consegue: non posiamo né dobbiamo pretendere che siano gli altri ad amarci, ma noi dobbiamo amare gli altri donandoci incondizionatamente a loro per essere figli del Padre che è nei cieli (cfr. Mt 5,45). Quando si condividono gli stessi comportamenti del Padre, si dimostra – a se stessi prima che agli altri – di essere veramente figli di Dio. Il figlio assomiglia al Padre. La parentela con Dio (una realtà che non è visibile) è resa concreta e visibile dalla qualità dei nostri comportamenti verso gli altri. Perciò Gesù ci ha detto: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36);
- la misericordia non è merce di scambio; non può esigere alcun compenso (do ut des); non è un quid per il quale ricevere un contraccambio. La misericordia è l’amore ostinato, che rimane saldo anche se non corrisposto, addirittura anche se tradito. L’episodio della “perfetta letizia” e la III Ammonizione di san Francesco avrebbero molto da dirci e da insegnarci a questo riguardo.
La misericordia è un cuore da donare: tutto, senza riserva alcuna, completamente; è “un donare superiore”; anzi è “il dono supremo”: appunto per (intensivo) – donare, un super – donare.

E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo (exivi de saeculo).
Così si conclude il racconto autobiografico della conversione di san Francesco. Uscii dal mondo o exivi de saeculo vuol dire che egli si fece religioso. Abbandonò il mondo, ma per rientrarci con uno sguardo e una vita nuova, appunto con lo sguardo della misericordia, o meglio ancora del fare misericordia. La misericordia, infatti, rinnova le relazioni con le creature, ma, prima di tutto, tra le persone.

Dove è misericordia e discrezione, ivi non è superfluità né durezza.
Così ci insegna san Francesco nella XXVII Ammonizione, penultima della serie che ci è stata tramandata. Essa “costituisce, senza ombra di dubbio, la sintesi mirabile di tutta la proposta formativa rivolta ai frati”.
Nel testo adesso riferito la misericordia è posta in stretta relazione con la discrezione e in rapporto dialettico con la superfluità e la durezza (latino: induratio). San Francesco ci ricorda che dove c’è misericordia e per esserci misericordia, non può esserci indurimento, ovvero sclerokardìa o chiusura del cuore. Misericordia e induratio si escludono a vicenda.
Allo stesso tempo il Poverello collega la misericordia alla discretio, al discernimento fatto con discrezione, in modo equilibrato, e ci ricorda che dove c’è la discretio, non può esservi la superfluitas né vi possono essere eccessi. La discrezione è tradita o disattesa quando si manca di carità, quando ci si abbandona alla mormorazione e al pettegolezzo. Questa è appunto la superfluitas, la mancanza di equilibrio. Nessuna mormorazione o pettegolezzo è mai manifestazione di prudenza e di equilibrio, e come tale non è mai giustificabile da qualsiasi parte essa provenga.

Laudato sì, mi Signore, per quelli che perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.
Il Cantico di Frate Sole non è tanto un’altissima pagina di poesia; san Francesco non l’ha composto per fare poesia, e neanche ha avuto come prima finalità quella di invitarci al rispetto del creato. Il Cantico è una preghiera, una lode rivolta al Signore, al Creatore di tutto. “Infiammato dallo Spirito Santo, san Francesco attinse dalla adorazione del Padre, che è il sommo Bene, il sentimento della fraternità universale, che gli faceva vedere in ogni creatura l’immagine di Cristo primogenito e salvatore” (Cost 13,1).
Di conseguenza noi: «sentiamoci fratelli di tutti gli uomini, senza alcuna discriminazione. Andando incontro con spirito fraterno a tutte le creature, offriamo continuamente a Dio, fonte di ogni bene, la lode della creazione» (Ivi 13,2).
La stessa creazione è soggetto che loda Dio. Ugualmente anche quelli che perdonano per lo tuo amore, sono soggetti che lodano Dio. Perdono e misericordia, in se stesse, intrinsecamente o essenzialmente, sono lode di Dio. Così come, in se stesso, è lode di Dio ogni atto di carità, ogni gesto di amore verso chi è da sfamare, dissetare, visitare, consolare, accogliere.

Secondo la tradizione Francesco avrebbe introdotto nel Cantico la laude del perdono a motivo del contrasto tra il vescovo e il podestà di Assisi. Egli volle mettere pace tra l’uno e l’altro. Però non si intromise tra il vescovo e il podestà, ma con la laude del perdono, in tutta semplicità, suggerì loro una disposizione di animo, una volontà concreta di pacificazione che facesse apparire ogni problema superabile, ogni attrito risolvibile e quindi aperta la possibilità della riconciliazione. Nella laude del perdono “non vengono proposte argomentazioni, discussioni, esami delle ragioni e dei torti, ma solo un atteggiamento che può essere di tutti e che Francesco volle però tradotto, organizzato, con attenta cura dei mezzi e degli strumenti, nel suo ordine”.

Cosa c’è alla base del comportamento di Francesco, del suo osare riferirsi al Vescovo e al Podestà di Assisi? La laude del perdono nasce da quella pazzia, ritenuta dallo stesso Francesco come «scienza» a cui dedicarsi, e che esprime la assoluta volontà di andare contro corrente per assumere decisamente l’utopia evangelica nella sua integralità.
Tra i molti loghia di Francesco conservati dal materiale dei compagni, quello trasmessoci dalla Compilatio assisiensis in cui il Poverello si dichiara “novello pazzo”, “si presenta con particolarissimi elementi interni di autenticità”. Questo loghion intende alludere ancora una volta al tema della sequela Christi. Francesco è “novello pazzo” rispetto a Cristo. Francesco ripropone la “pazzia” del Cristo e degli apostoli, la logica della Croce.

Egli perciò ci insegna che solo nella “follia del perdono” trova legittimazione ogni nostra lode, ogni celebrazione, ogni nostra preghiera. Francesco, cui il Signore rivelò essere suo volere che egli fosse nel mondo “un novello pazzo”, ci ha insegnato anche la follia della misericordia e del perdono, cioè la follia di un amore usque in finem come quello di Gesù, di un amore che ami sino all’inverosimile, sino al dono totale, sino a perdere se stesso per gli altri.

Per finire, consentitemi di leggere ancora un brano di san Francesco, dalla Lettera a un ministro. Quello che egli dice al Provinciale, a me, vale per tutti noi e per ciascuno di noi, e cioè:
“E in questo voglio conoscere se tu ami il Signore ed ami me suo servo e tuo, se ti diporterai in questa maniera, e cioè: che non ci sia alcun frate al mondo, che abbia peccato, quanto è possibile peccare, che, dopo aver visto i tuoi occhi, non se ne torni via senza il tuo perdono, se egli lo chiede; e se non chiedesse perdono, chiedi tu a lui se vuole essere perdonato. E se, in seguito, mille volte peccasse davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore; ed abbi sempre misericordia per tali fratelli” (FF 235).
Viviamo allora l’Anno del Giubileo intimamente pervasi dalla convinzione che nel facere misericordiam, nel per-donare, nel perdere la vita per i fratelli troveremo Cristo-Vita nostra. In Lui “siano fissi ogni nostro pensiero, ogni nostra riflessione e imitazione” (Cost 189,2).

Spunti di riflessione cristiana

Spunti per una riflessione personale Indagine sulla vita di fede nella Parrocchia S. Francesco di Giarre.
sono state distribuite alla fine della S. Messa circa 1000 schede in cui si chiedevano alcune informazioni, poche ma significative, sulla vita di fede...